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Petronilla o Benedetta: la donna in cucina.

Petronilla e Benedetta: due personaggi, due epoche, una forma narrativa. Posto che la forma “ricetta” possiede una sua intrinseca narratività, andiamo a confrontare queste due donne comunicatrici e i loro rispettivi stili. Parliamo, quindi anche di “ricettari”.

A partire dal celebre compendio dell’Artusi, non c’è infatti raccolta di ricette destinata al pubblico che non accompagni la pura accumulazione di pietanze e le nude operazioni di manipolazione materica a un vero e proprio racconto di contorno, che solitamente vede come protagonista il cuoco stesso e al quale viene affidato il compito di esplicitare le valenze culturali e sociali legate ai modelli e alle pratiche del gusto che tali operazioni sottintendono.

Grazie alla presenza di questa cornice narrativa in prima persona, il libro di cucina sviluppa e propone
al suo lettore una visione del mondo. Oltre a mettere in scena una serie di micro-narrazioni più o meno stereotipate, la cornice è anche il luogo in cui possono essere rintracciate e apprezzate le caratteristiche propriamente estetiche del testo.

Ricettari a confronto

Oggi parliamo dei i volumi inaugurali di entrambe le collane, ovvero Le ricette di Petronilla e Cotto
e mangiato
. In particolare si riflettiamo sull’identità della donna che emerge non tanto dalle ricette, quanto dallo storytelling e dal discorso “informale” che le accompagnano.

Ravioli dell'Angela
Ravioli dell’Angela, la ricetta più famosa di Petronilla
Cotto e mangiato
Cotto e mangiato

Il confronto è favorito da alcuni tratti comuni: entrambe donne, entrambe giornaliste, entrambe personalità “costruite” in primo luogo attraverso un discorso mediale (la Domenica del corriere per Moretti, la rubrica televisiva omonima per Parodi). A fronte di questo ristretto ma significativo nucleo di analogie tra i due profili reali emergono tuttavia significative differenze nel rapporto tra ciascuno di questi e il proprio alter ego letterario. Da un lato, infatti, siamo di fronte a uno scarto significativo tra autore empirico e autore modello: l’identità “fittizia” di Petronilla appare fortemente dissonante con quella dell’autrice empirica Amalia Moretti. Dall’altro, invece, si assiste a una sostanziale assimilazione: i tratti della figura “reale” di Benedetta Parodi sono ampiamente richiamati e valorizzati all’interno dei suoi testi.
A dispetto del suo alter ego da massaia irreprensibile, Amalia Moretti Foggia Della Rovere è stata una figura femminile fortemente indipendente e anticipatrice di alcune istanze di emancipazione successiva.


Tra le prime donne laureate in medicina in Italia, assistente di anatomia patologica a Bologna sotto
la guida del celebre prof. Augusto Murri, dopo il matrimonio Moretti si divide tra i migliori salotti letterari
milanesi, il lavoro d’ambulatorio e il volontariato nel quartieri più miseri.
Giornalista, a partire dal 1926, grazie anche all’amicizia con il direttore editoriale dell’epoca Eugenio Balzan, firma due seguitissime rubriche sul periodico illustrato più popolare dell’epoca, La Domenica del Corriere: una di cucina, appunto, intitolata “Tra i fornelli” e una di consigli medici. Colpisce naturalmente – ma neanche troppo considerati i tempi – che nella veste di medico il suo pseudonimo fosse rigorosamente maschile, “il dottor Amal”: di famiglia altoborghese, dalle pagine della rivista Moretti si rivolgeva infatti alle signore piccoloborghesi dell’epoca fascista, che mai avrebbero preso in considerazione consigli medici dispensati da una voce femminile.
Parzialmente analogo per certi aspetti, ma decisamente differente nel complesso, il profilo di Benedetta Parodi. Tra i volti televisivi italiani più noti degli ultimi anni, a partire dal 2008, prima su Mediaset, poi su LA7, conduce con successo la propria rubrica di cucina, con differenti titoli anno per anno ma impostazione sostanzialmente simile. Dal grande successo delle rubriche televisive nascono i libri di cucina. Giornalista e conduttrice di telegiornali all’inizio della carriera, anche nella nuova veste di “casalinga mediatica” Parodi resta fortemente associata all’universo professionale di provenienza, grazie al legame familiare, frequentemente evocato, con la sorella Cristina, celebre conduttrice, e il marito, cronachista sportivo.

Al netto ovviamente delle notevoli differenze culturali e sociali intercorse in quasi un secolo di storia recente, come Moretti, anche Parodi si presenta dunque come una donna professionalmente affermata che per vari motivi si presta a dedicarsi a un campo – la cucina – tipicamente percepito come depositario dello stereotipo diametralmente opposto: quello della donna ai fornelli.
Dopo quasi un secolo, tuttavia, la contraddizione che vietava alla brillante dottoressa mantovana di mostrarsi per quel che era – donna lavoratrice e abile in cucina – decade del tutto nella cucina pret-à-porter di Parodi, rivolta elettivamente a giovani donne professionalmente impegnate ma che non vogliono rinunciare alla dimensione e, perché no, a quella forma ambigua e controversa di potere derivato loro dall’onere/onore di “far da mangiare”. La “donna lavoratrice che non rinuncia alla propria femminilità” è, infatti, un “mito d’oggi” tanto quanto lo era quella dell’angelo del focolare un secolo fa.

L’effetto immediato, a un primo livello di interpretazione, è quello di una raggiunta (almeno in parte) emancipazione della figura femminile: i due ruoli – donna che lavora e donna ai fornelli – al tempo di Moretti considerati incompatibili, possono oggi convivere alla luce del sole; la donna madre e moglie non deve più nascondere o minimizzare il proprio ruolo professionale, ma può mostrarlo senza remore e addirittura permettersi di sospenderlo più o meno indefinitamente per lasciare spazio all’espressione consapevole di una propria passione. Come dire: la donna di oggi cucina (se cucina) non perché deve, ma perché ama farlo.

In entrambi i volumi, le singole ricette sono introdotte da una breve presentazione che ne esplicita alcune caratteristiche – occasioni di preparazione, costo, difficoltà. Tale premessa è costruita in modo prettamente narrativo; sono in altri termini esempi minimali di storytelling, che nel complesso vanno a comporre una serie di configurazioni discorsive culturalmente riconoscibili. In Cotto e mangiato i diversi frame sono addirittura utilizzati come titoli delle tre sezioni: “In famiglia”, “Tra amici”, “Romanticamente in due”; ciascuna a sua volta declinata secondo la tradizionale scansione per tipologie di pietanza (primi, secondi ecc.). Medesima scansione sintattica si ritrova in Petronilla (minestre, piatti di carne, ecc.), mentre il frame è uno solo: la vita familiare, quotidiana, per di più presentata nella sua variante parsimoniosa – sono infatti tempi di ristrettezze quelli in cui si muove la brava massaia fascista.

La differente contestualizzazione delle due narrazioni si riflette naturalmente nei percorsi figurativi rappresentati: Benedetta si muove in un’abbondanza, oltre che di beni, di occasioni d’uso, tra serate-partita, cene di San Valentino e festicciole per i bambini; la giornata diPetronilla è invece scandita da appuntamenti canonici e rigorosamente riferiti al nucleo familiare nella sua interezza: la festa comandata, la visita della suocera, la spesa mattiniera al mercato, la villeggiatura estiva.
Del tutto coerente con queste micro-sceneggiature stereotipate è naturalmente l’allestimento figurativo delle due narrazioni, dove lo scarto è evidente soprattutto nella rappresentazione degli attrezzi di cucina: mezzelune, mortai, pignatte e forno alla brace nel mondo di Petronilla; mini-pimer, affettatrici e microonde nella cucina di Benedetta.

Petronilla non è ancora la casalinga sorridente e ignara che verrà negli anni 50-60, quanto piuttosto la “brava massaia”, colei che regge le fila dell’economia domestica.

La figura protagonista dell’universo di Benedetta è invece la donna multitasking del presente: madre e moglie, certamente, ma anche lavoratrice, amica, collega, “ragazza” attenta alla linea e amante pronta a preparare cene a lume di candela e romantiche colazioni tête-à-tête. Una donna che cucina perché ama farlo, non perché deve; che non disdegna l’uso di verdure surgelate e maionese industriale, se aiuta a essere più “veloci e pratiche”. La dimensione del riciclo – fortissima nel quotidiano d i Petronilla – non è assente, è però legata soprattutto alle mode del momento.


Esattamente all’opposto di quanto fa Petronilla, che ricorda spesso e volentieri la sua “superiorità di cuoca”, Benedetta non disdegna affatto di copiare ricette da amici, colleghi e, spesso, telespettatori. Più in generale, tanto Petronilla è abile e talora saccente, tanto Benedetta è amabilmente imbranata, disponibile e a tratti persino autoironica nel far mostra dei suoi errori.
In sintesi, così come Petronilla non è ancora la casalinga sottomessa che comparirà negli anni 60, la donna lavoratrice di Benedetta non è più la monolitica donna in carriera degli anni 80 e 90.

Una ricetta a confronto

L’universo di valori di Petronilla può facilmente riassumersi così: la parsimonia, intesa come bilanciamento di costi/benefici, capacità di controllare le risorse ed evitare sprechi, l’abilità, intesa come “saper fare”, e la sostanziosità (buono e nutriente). https://www.guidotommasi.it/guido-tommasi-editore/catalogo/le-ricette-di-petronilla

Diversi i requisiti che danno valore alle ricette di Benedetta, che devono essere “pratici e golosi”, “alternative sfiziose”, “soluzioni d’effetto, ma non troppo impegnative anche economicamente”; “veloci e
d’effetto”, “furbissimi e velocissimi”.

Ne emerge in ogni caso, nel complesso, un’assiologia costante, che restituisce l’immagine sempre stereotipica di una donna che “fa quadrare tutto”.

L’insieme dello stile semantico e valoriale della cornice enunciazionale si riflette naturalmente nel racconto prescrittivo messo in scena nelle singole ricette. Può essere utile in questo senso confrontare le versioni che nei due libri si danno della stessa pietanza – una delle poche che pare aver resistito ai decenni – ovvero il vitello tonnato. Nel passaggio dagli anni 30 a oggi mutano naturalmente gli attrezzi utilizzati – dalla lenta manualità del setaccio all’efficienza meccanica del frullatore (l’uso
dell’affettatrice, addirittura, è dato così per scontato per la casalinga degli anni Zero che Parodi consiglia addirittura di non usarla, in questo caso) – e gli ingredienti – maionese industriale contro artigianale, ça va sans dire – ma soprattutto muta l’universo di valori sottostante.
La scelta di entrambe le autrici di proporre una versione alternativa della ricetta classica è in questo caso rivelatrice, proprio perché mostra quali i differenti criteri di valorizzazione della pietanza come oggetto culturale adottati dalle due donne il relazione al mutato contesto storico e sociale.
Per Petronilla, cuoca di “tempi eccezionali”, l’alternativa è, prevedibilmente, tra una preparazione più o meno dispendiosa. La discriminante è l’uso di spezie e verdure all’epoca più ricercate e costose (alla combinazione base di tonno, capperi, olio e limone si aggiungono basilico fresco, rosmarino, due chiodi di garofano, cipolle, qualche sardella), mentre il gusto è esattamente ciò che non deve essere sacrificato.

Un grande classico: il vitello tonnato


Vitello tonnato all’economica
Questa [la salsetta] la preparo tritando bene con la mezzaluna (se non ho tempo di passare per il setaccio) un etto di tonno e mezz’etto di capperi, e unendo il succo di 3 limoni e un etto e mezzo d’olio.
Ti assicuro, Damia, che dopo tre o quattro ore quella carne, con quell’acidetto del limone e con quel grasso dell’olio, e con quella abbondante razione di salsetta così piccante, costituisce un tale piattino che, quando ognuno si è presa la sua, io debbo togliere subito il piatto dalla tavola e metterlo sotto chiave […]! (Moretti 1935, pp. 122-123).


e non all’economica!
Ebbene mia cara Damia, se puoi non badare all’economia, e se hai tempo e pazienza… […], cucina il tuo chilo di polpa di vitello […] non già in acqua e con solo verdure… delicate, ma anche con un bicchierino di buon aceto, droghe e verdure… piccanti (cioè basilico fresco, rosmarino, due chiodi di garofano, sale, pepe, due cipolle), e infine, anche con sei sardelle di barile tagliuzzate, ben fine…[…]
Così ammannito il piatto… si sa, ti costerà parecchio, ma ti riuscirà molto abbondante; ti farà fare una figurona; e persino la tua cara suocera… persino lei, ci scommetto, la vedrai poi leccarsi… di nascosto, la punta delle dita! (ivi, pp. 124-125).


Per Benedetta, cuoca glamour in tubino fasciato, la variante è invece, altrettanto prevedibilmente, con maionese o senza, dove la differenza si basa essenzialmente sul minore apporto calorico della seconda. Colpisce tuttavia un dettaglio: nel mondo di Benedetta si può all’occorrenza fare a meno della pienezza di gusto (che può sì stupire, ma certo non “far leccare le dita”), ma non della cremosità, attributo più visivo e tattile che gustativo, in quanto tale decisamente più estetizzante e consumistico del puro “sapore”.


Vitello tonnato
Il vitello tonnato è il classico piatto che si compra in gastronomia, eppure è così facile da preparare. […] In questa ricetta ho optato per la carne bollita con maionese, che trovo più semplice. Se poi, come me, userete la maionese già pronta, sarà veramente un gioco da ragazzi, e sentirete che risultato! (Parodi 2009, p. 10).
Vitello tonnato (senza maionese)

Il gusto di questa seconda versione del vitello tonnato vi stupirà. Con questo procedimento otterrete una salsa cremosa e vellutata, proprio come quella a base di maionese, ma naturalmente più leggera (ivi, p. 11).

Conclusioni

In entrambi i casi (Petronilla e Benedetta) si produce certo effetto illusionistico, volto a sostituire da un lato la ricchezza di materie prime con la pienezza di gusto, dall’altro la pienezza di gusto con una piacevolezza visiva e tattile. L’unico progresso valoriale degno di nota nella rappresentazione di genere che emerge dai testi sembra essere da un lato l’accettazione del ruolo professionale della donna, che non solo non è nascosto, ma esibito con un certo orgoglio (le amiche di Petronilla sono tutte massaie che si incontrano dal macellaio, quelle di Benedetta quasi tutte “mamme-giornaliste” o colleghe del mondo dello spettacolo), e dall’altro l’inclusione dei gusti e delle esigenze personali della donna nei menu, che a loro volta acquisiscono una connotazione sempre più simbolica e obliqua e meno sostanziale (piatti dietetici, menu “per la festa della donna” e così via).


Troppo poco, tuttavia, perché di reale emancipazione si possa parlare, soprattutto se il ruolo professionale
viene presentato ancora più come un problema e un impedimento a “fare le cose come si dovrebbe” che
come una componente neutrale dell’identità “tipo” della figura femminile dell’Italia contemporanea.Fonte: Daniela Panosetti, Da Petronilla a Benedetta come (non) cambia la donna ai fornelli-

Foto: web.

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