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Le seppie coi piselli vanno proprio d’accordo

Le seppie coi piselli sono uno dei più strani e misteriosi accoppiamenti della cucina. Le seppie, da vive, ignorano in modo assoluto l’esistenza dei piselli. Abitano le profondità marine, nuotano lente e quasi trasparenti in una limpida luce d’acquario, fra strane masse sospese, tra ombrelli fosforescenti che pigramente s’aprono da soli sul vuoto e da soli camminano come fantasmi; tra lanternini che occhieggiano e si spengono, tra lievi alghe lucenti che ondeggiano appena, mentre nessun alito di vento le carezza, fra forme enigmatiche e lunghe, nere, bisce immobili. Laggiù non arriva notizia del mondo esterno, dell’aria, delle nuvole. Le seppie non hanno e non possono avere alcuna idea di quelle leguminose. Bisogna dire di più: non hanno alcuna idea delle leguminose in genere e degli ortaggi. Ma che dico: ortaggi? Esse ignorano addirittura gli orti, la terra, le foglie, l’erba, gli alberi e tutto il mondo fasciato d’aria. Non sanno che in qualche parte lontana esistono i prati su cui si rincorrono fanciulle con grandi cappelli di paglia e lunghe vesti leggere tra piccole margherite; ignorano i canneti. Non vengono a contatto coi piselli che dentro il tegame sul fuoco, quando sono già spellate, tagliate a pezzi e quasi cotte, che non è certo la condizione ideale per apprezzare la vicinanza di chicchessia, si tratti pure di personaggi rispettabili come i piselli. Dal canto loro questi — ammesso che abbiano delle idee – non possono avere nella migliore ipotesi che un’idea molto vaga del mare. Più che altro per sentito dire. Sono chiusi nel baccello, poveri pallottolini ciechi che non si sa, davvero per chi esistano, là dentro, e, se non ci fossero gli uomini a tirarli fuori, ben difficilmente vedrebbero il sole. Non vedono nemmeno i prati, l’orto in cui nascono, figurarsi il mare e le profondità di esso. E probabilmente delle seppie non avranno mai sentito nemmeno il nome. Eppure si direbbero fatti gli uni per le altre. Ma l’uomo è uno strano animale. Fabbrica le barche, la fiocina, le lampade. Non si contenta di pescare in modo semplice e primitivo con la canna, o le reti, o le nasse, pesci più a portata di mano. Vuole anche le seppie. Di notte va sul mare lentamente costeggiando gli scogli in silenzio. Da lungi si vede l’abbagliante lampada, la luce che penetra nell’acqua e la colora, fruga le anfrattuosità degli scogli e dà qualche bagliore fuggitivo al volto intento del pescatore. Intanto coltiva gli orti, pianta i piselli, li cura e sorveglia, li coglie. Poi porta tutto al mercato. Una mattina, ecco le seppie sul banco della pescheria, da una parte; e dall’altra, lontano, ecco i piselli nel reparto ortaggi. Ancora non si conoscono, ignorano l’esistenza gli uni delle altre. Fa freddo. Arriva la donna; qui entra in campo solitamente la femmina dell’uomo che, non paga di fare i figli, vuol fare anche le seppie coi piselli; quel giorno; perché non le fa tutti i giorni; questo non è il cibo particolare dell’uomo; è un capriccio, una raffinatezza, un di più; quel giorno le è saltato il ticchio di fare le seppie coi piselli; senza interpellare le seppie, senza domandare ai piselli se sono d’accordo. La femmina del re del mare, della terra e del cielo, compera le seppie e i piselli mediante il denaro guadagnato e fabbricato; perché l’uomo ha inventato anche il denaro, e lo fabbrica, lo guadagna, lo contende, lo nega. Ma torniamo alla donna. Va a casa. Spella, taglia, scafa. Seppie e piselli – partiti rispettivamente le une dagli abissi del mare, gli altri dalle viscere della terra, s’incontrano in un tegame sfrigolando. Da questo momento i loro destini sono legati. Nel primo istante c’è un po’ di freddezza, ma dopo poco, bon gré mal gré, s’accordano a maraviglia. Insieme vengono scodellati, insieme arriveranno a tavola, insieme verranno assaporati e lodati, né cercheranno di sopraffarsi l’un l’altro. Consummatum est. Rientrano nel tutto. Hanno percorso fino in fondo le traiettorie del loro lungo viaggio e delle loro brevi vite che, con un’effimera fosforescenza nel buio dell’universo, si sono incontrate, fuse e spente.” 

Seppie e piselli: il connubio perfetto tra il pesce e gli ortaggi. La ricetta è probabilmente nata nel napoletano, ma è diventata nel tempo un classico della cucina italiana.

Questa pietanza è stata “cantata” nel brano che abbiamo appena letto da Achille Campanile (1899-1977) campanile.it, scrittore di narrativa e di teatro, giornalista e critico televisivo che ha attraversato il Novecento rappresentando e interpretando, da fine umorista, il costume della nostra società.

Si può gustare sia calda che fredda, è semplice da preparare e ha il merito di esaltare sia il gusto delle seppie che quello dei piselli. Ideale sia come secondo che come piatto unico, a pranzo o a cena, magari accompagnato da crostini di pane.

Seppie e piselli alla napoletana

Cosa serve

  • 700 g di seppie (meglio se piccole, più saporite)
  • 1 kg di piselli freschi (oppure 300 g piselli in scatola o surgelati)
  • 300 g di pomodori pelati
  • aglio
  • basilico fresco
  • olio extravergine di oliva
  • sale
  • pepe

Come si fa

Pulite bene il pesce e tenetelo da parte. Se usate dei piselli freschi eliminate il baccello e poi sbollentali in acqua salata per 5 minuti.

Mettete quindi a scaldare in una padella antiaderente dell’olio extravergine di oliva con uno spicchio di aglio, aggiungete i piselli e poi a poco a poco i pomodori pelati, pressandoli un po’ con una forchetta. Lasciate quindi cuocere il sugo per almeno dieci minuti, il tempo necessario per eliminare un po’ di acqua in eccesso.

Aggiungete quindi le seppie al sughetto con i piselli, avendo cura di scolare bene il pesce per non aggiungere altra acqua alla padella, e continuate a cuocere per altri 15 minuti. Servite il piatto con il sughetto che si è formato e accompagnate tutto con del pane caldo.

Per ampliare la prospettiva della ricetta ecco un simpatico video con la versione livornese: https://www.youtube.com/watch?v=sv9YlvE-n9w

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