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Taverne della vecchia (e antica) Roma.

“Romaneggiando”. Verbo suggestivo che ci riporta indietro nel tempo a quando le persone si ritrovavano nelle storiche “taverne” di Roma.

Circa un secolo fa, Ernesto Ragazzoni https://it.wikipedia.org/wiki/Ernesto_Ragazzoni tesseva le lodi della taverna, intesa sia come luogo di ritrovo che come tradizione romana nella raccolta Le mie invisibilissime pagine del 1919.

Copertina di Le mie invisibilissime pagine (taverna)
Le mie invisibilissime pagine

Taverne ed osterie costituivano un ruolo centrale nella vita quotidiana di una grande parte della popolazione romana, occupando una parte significativa del tempo libero delle classi meno abbienti e riunendo nello stesso luogo le funzioni di un “ristorante” dove pranzare per chi non aveva una cucina adeguata nel luogo dove viveva, di “pub” dove bere un boccale di vino e di “bisca” dove giocare d’azzardo, soprattutto ai dadi.

In realtà, questo genere di locale esisteva già nell’antica Roma: patrizi e uomini facoltosi pranzavano presso le proprie case o come ospiti di altrettanti esponenti delle classi dominanti, mentre il resto della popolazione pranzava molto spesso in taverne, osterie e bettole. Questi ritrovi, oltre che fornire cibo e bevande, erano luoghi dove era possibile giocare, assistere a qualche piccolo spettacolo e socializzare.

Taverne ed osterie erano costruite in modo simile: un banco di servizio rivolto alla strada per il cibo da asporto, una stanza interna con tavoli e sedie per chi si fermava a mangiare, un braciere o forno dove preparare pietanze e bevande calde ed un espositore per cibi e bevande. Le pareti erano spesso decorate con pitture che richiamavano scene di vita e del lavoro della stessa taverna.

Questi locali avevano un ruolo centrale nella vita quotidiana di una grande parte della popolazione romana, occupando una parte significativa del tempo libero delle classi meno abbienti e riunendo nello stesso luogo le funzioni di un “ristorante” dove pranzare per chi non aveva una cucina adeguata in casa propria, di “pub” dove bere un boccale di vino e di “bisca” dove giocare d’azzardo, soprattutto ai dadi.

Romaneggiando. D’estate, con cucina e chitarra.

Ragazzoni li descrive così in Romaneggiando. D’estate, con cucina e chitarra:

La taverna, a Roma, è un luogo impareggiabile di ritrovo e di convegno, è una delle tradizioni di Roma; è quanto v’ha di più caratteristico nella vita romanesca, coi tipi, le figure, le macchiette che ne sono l’espressione, viene infallantemente a far capo qui.

Il bar inglese è fatto per gente frettolosa che, senza nemmeno curarsi di sedere, tracanna ritta ad un banco cocenti antidoti contro l’umidità; il caffè parigino meglio s’adatta ai lenti leggitori di giornali, ai pazienti giocatori di domino, ed agli indolenti curiosi ipnotizzati a veder passare, per ore ed ore, la folla; la birreria tedesca è una immensa aula monumentale ed augusta quale precisa si confà agli svaghi ed ai chiassi di professori occhialuti ed in genere di gente molto saputa e molto grave che anche nel prendere la sbornia sa mettere un metodo; la pasticceria viennese è il paradiso delle signore eleganti e degli eleganti loro cavalieri; vivaddio!

La taverna romana non è né affettata né imbronciata, né indolente, né pomposa, né frivola: è il semplice, starei per dire elementare, asilo di brava gente alla buona, provveduta di sano appetito, di autentica sete, e che, senza cerimonia, ha la voglia e il tempo di riposare a tavola il più a lungo possibile, a scambiar ciance sonore in compagnia di amici.

Volete un mio paragone? […] Io direi che la romana taverna è l’equivalente cittadino della pergola campagnuola e villereccia, la pergola raccolta, folta e ombrosa, dove nelle ore calde si beve tanto volentieri il vino fresco ed in picciol crocchio paiono tanto saporite le colazioni di prosciutto, di uova e di insalata, di cacio casalingo e di frutta appena colte che sanno di sole.

Sora Rosa, Sora Felicetta, Sor Oreste… e le loro taverne.

L’autore continua con una descrizione della taverna come locale semplice e alla buona, ma di piacevole aggregazione, con nomi che ricordano vecchie zie o nonne (Sora Rosa, Sora Felicetta, Sor Oreste…). Prosegue poi elogiando la cucina romana: carciofi fritti, pomodori ripieni di riso, crostini, caciotte, finocchi. Il tutto accompagnato dalle note della chitarra che per un po’ zittiscono il chiacchiericcio degli avventori.

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