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Cocomero o anguria?

Comunque lo si voglia chiamare, cocomero al Centro-Sud o anguria al Nord, è da sempre il frutto simbolo dell’estate.

Cocomero e feta

E, in quanto tale, diventa interprete di freschissime ricette e inusuali accostamenti.

Oltre alla classica macedonia di frutta e alla meno nota insalata di anguria e feta che, per fare un po’ di scena, serviamo all’interno di mezzo cocomero, questo frutto è protagonista di un romanzo americano contemporaneo: Il re dei cocomeri, di Daniel Wallace http://danielwallace.org/wordpress/. Eccone un brano che fa subito venire voglia di leggere tutta questa insolita, magica e a tratti comica storia. Anche sulla spiaggia…

La storia del re dei cocomeri

Loro parlavano e io ascoltavo. In piedi, sbalordito. Tutti avevano una storia da raccontare, ognuna leggermente diversa dall’altra. Solo una era sempre uguale chiunque fosse a raccontarla. Era la storia del Re dei cocomeri, una storia più vecchia delle parole con cui è stata scritta. Più vecchia della città, degli uomini che l’avevano costruita e anche degli indiani che vivevano lì prima di loro. Era una storia tramandata nel tempo dai primi uomini e dalle prime donne quando emettevano solo versi e che, arrivati qui, impararono a raccontarla con le parole come la raccontano ancora oggi. Così.

«Una volta, tanto tempo fa, sotto questo sole, in questi campi, c’erano cocomeri dappertutto. Dovunque si guardasse, cocomeri. Non si poteva camminare senza doverne scavalcare qualcuno. Nessuno pensava a coltivarli, era come se crescessero da soli. Dicevano che si poteva osservare un viticcio crescere, si poteva davvero vederlo muoversi sul terreno come se stesse cercando qualcosa a cui aggrapparsi, che si poteva vedere un cocomero gonfiarsi come un pallone davanti ai propri occhi e che alcuni diventavano così grandi, così enormi che, una volta svuotati, i bambini potevano stare in piedi al loro interno.

«Al culmine della stagione, quando il clima era caldo e umido, al mattino la gente si svegliava e scopriva che la casa era interamente avvolta dai viticci; si raccontava che più di un neonato ne era stato completamente ricoperto mentre dormiva vicino a una radura particolarmente rigogliosa. Per fortuna, alla maggior parte delle persone non era mai successo nulla di grave. Al mattino bastava tagliare i viticci avviluppati intorno alla casa, oppure strapparli via se si avvinghiavano intorno alle caviglie.

«Naturalmente tutto questo accadeva tanto tempo fa. Questa leggendaria abbondanza ora non esiste più e nessuno sa bene perché. Comunque, a un certo momento della nostra storia, il cocomero diventò una coltura come un’altra, cominciò a essere piantato e raccolto, e venduto in città vicine e lontane. Così, per la sua grossezza e il suo gusto gradevole, l’ineguagliato cocomero di Ashland divenne famoso in tutto il mondo e questa zona fu sempre ritenuta benedetta in qualche misterioso modo da Dio, o da un dio, il nostro dio. Il cocomero era considerato un dono di questo dio e onorare il cocomero era come onorare Dio, tanto che fin dall’inizio gli uomini decisero di organizzare un festival, un evento annuale che ricorreva appena prima dell’inizio della raccolta.

«Durante il festival il cocomero veniva celebrato in vari modi. Si cantavano canzoni, si dipingevano murales e l’uomo o la donna che aveva coltivato il cocomero più grosso riceveva l’omaggio di tutta la città.

«Ma i maggiori onori venivano tributati alla stupefacente e inspiegabile fertilità della zona. Naturalmente il terreno e il sole contribuivano al grande mistero, al di là di ogni comprensione. Nessun mistero però su quale dovesse essere il primo passo: il seme del cocomero doveva essere piantato e coltivato. La fertilità era tutto, senza di essa la nostra sarebbe stata una città diversa.

«Il futuro della città e quello del cocomero sembravano intrecciati in modo così stretto che nella nostra mente il seme del cocomero venne equiparato a quello che genera i bambini: un ragazzo che sarebbe diventato un agricoltore, una ragazza che sarebbe diventata una donna e si sarebbe presa cura dell’agricoltore, nessuno dei due migliore o peggiore dell’altro. Questi uomini e queste donne avrebbero continuato a svolgere il lavoro di quelli che avevano coltivato la terra per tanto tempo, prima di andarsene. A che cosa somiglia, infatti, il ventre rigonfio di una donna quando è appesantito dalla vita che le cresce dentro?

«Era per questa ragione che un maschio vergine era considerato una maledizione. Se un maschio raggiungeva l’età della virilità ancora vergine, era giudicato una minaccia per la prosperità di Ashland, e così ogni anno ne veniva scelto uno perché fosse sanato. Era un sacrificio vero e proprio. Il sacrificio della sua verginità.

«L’uomo veniva individuato grazie all’intervento di una vecchia donna, un’abitante della palude, che lo riconosceva fissandolo negli occhi e annusandolo. Un uomo ancora vergine non è completo e, guardandolo a lungo, si riesce a vedere attraverso di lui come fosse una lastra di vetro. Quella donna ne era capace.

«Gli uomini del villaggio venivano esaminati a uno a uno e si sceglieva il più vecchio fra quelli che non erano ancora stati con una donna. L’ultimo giorno del festival, al tramonto, l’uomo veniva condotto su un carro davanti a tutta la popolazione. Era il re. La scorza di un cocomero come corona, e per scettro un viticcio secco e avvizzito. La gente lo osservava e lo acclamava fra grandi risate. Poi, al tramonto, gli accendevano intorno un cerchio di fuoco e lentamente la gente si affollava intorno, rimanendone però fuori.

«L’uomo restava solo dentro al cerchio di fuoco, in attesa. A quel punto le tre donne prescelte, vestite di un semplice abito di cotone bianco, raggiungevano di nascosto una capanna nei campi poco lontani. Al centro della capanna c’era un sacchetto pieno di semi di cocomero, puliti ed essiccati, duri e scuri come sassolini. Ma uno dei semi era d’oro. Ciascuna donna infilava la mano nel sacchetto, prendeva una manciata di semi e la mostrava alle altre. Quella che aveva il seme d’oro usciva dalla capanna e, da sola, attraversava il cerchio di fuoco, prendeva l’uomo per mano e i due si ritiravano in un luogo appartato nei campi. Sotto i raggi della luna, l’uomo piantava il suo seme dentro di lei, cosa che poi la donna doveva testimoniare raccontando davanti a tutti quanto era successo. Si pensava che in questo modo il futuro della città e della coltura da cui essa dipendeva fosse assicurato almeno per un altro anno e, dal quel giorno in poi e per tutto l’anno seguente, l’uomo, che per la prima volta aveva donato se stesso a una donna, era riconosciuto e chiamato il Re dei cocomeri.

«Ma se fosse esistito un uomo vergine e non fosse stato sacrificato, allora il dono che ci era stato dato ci sarebbe stato tolto e i nostri cocomeri sarebbero avvizziti sotto il sole implacabile e noi non avremmo avuto più nulla.

Così è e così è sempre stato, ancora prima che ci fossero le parole per scriverlo.»

Angurie e figli maschi a tutti!

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