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Quando i tempi sono incerti

Rumore bianco, di Don DeLillo

“Quando i tempi sono incerti, la gente si sente costretta a mangiare in eccesso. Blacksmith è piena di simili adulti e bambini obesi, pance cascanti, gambe corte, che si muovono come anatre. Faticano a emergere dalle utilitarie, si mettono in tuta e corrono a famiglie intere in campagna; camminano per strada con il cibo dipinto in faccia; mangiano nei negozi, in auto, nei parcheggi, nelle code degli autobus e nelle sale del cinema, sotto la maestosità degli alberi”. (Rumore bianco, cap. IV)

Risultati immagini per rumore bianco

E, per capire di cosa stiamo parlando, ci facciamo aiutare dalla rete: “Il rumore bianco è un particolare tipo di rumore caratterizzato dall’assenza di periodicità e da ampiezza costante su tutto lo spettro di frequenze” (Wikipedia). Infatti, la sensazione è proprio quella di una presenza costante e un po’ mortifera che permea l’abitazione dei personaggi di questa storia diventandone essa stessa un abitante.

Così, un rumore di sottofondo dà il titolo a un libro: Rumore bianco (1985) che è un romanzo postmoderno. L’autore Don DeLillo fa una dettagliatissima cronaca dei comportamenti e dei modi di pensare di una famiglia americana durante un intero anno accademico.

Infatti, alla fine delle vacanze estive, gli studenti tornano al college, accompagnati dai loro genitori su grandi auto stracariche di oggetti: sacchi a pelo, biciclette, zaini, canotti, radio, mazze da hockey e chi più ne ha più ne metta. Finché ce ne sta…

E Jack, professore e fondatore del Dipartimento di Studi Hitleriani, li osserva attentamente. Vive con la sua ultima moglie Babette (chissà se DeLillo si è ispirato al celeberrimo racconto di Karen Blixen nella scelta di questo nome…), afflitta dall’obesità e dipendente da farmaci e rimedi di vario tipo. Nella loro casa nelle vicinanze del college, vivono con i figli: Wilder, il minore, ha un interesse smodato per gli oggetti e gli avvenimenti più insignificanti; Heinrich è un adolescente appassionato di catastrofi, possibilmente con vittime; Steffie e Denise rimproverano la madre appena mangia cibi poco sani o esagera coi farmaci. Questa famigliola convive con migliaia di oggetti di tutti i tipi.

Quando i tempi sono incerti, DeLillo decide di prendere spunto dai piccoli vizi, dai tic e dalle manie di una società tardocapitalista segnata dall’iperconsumismo e dal progresso tecnologico per guardare attraverso un’enorme lente d’ingrandimento il continuo accumularsi di cose.

Allo stesso tempo, riassume le nevrosi (cibo, consumismo, ecc.) che caratterizzano la normalità di una famiglia americana media intesa come miniatura di tutta la società. Ogni componente della famiglia di Jack assume una sua importanza e, relazionandosi con gli altri abitanti della casa, mette in scena situazioni ai limiti dell’assurdo raccontate con dovizia di dettagli da Jack stesso. L’apparente inutilità delle descrizioni è finalizzata a mostrare un’allucinazione iperrealistica vuota di significato in cui gli oggetti diventano quasi sacri in un mondo che di sacro non ha più nulla, creato a immagine e somiglianza del consumatore.

Un consumatore che si muove in un mondo fisico artificiale quanto quello metafisico di una suora incontrata all’ospedale.

“Tutti. Quelli che passano la vita a credere che noi crediamo ancora. È il nostro compito nel mondo, credere in cose che nessun altro prende sul serio. Abbandonando tali credenze, il genere umano morirebbe. È per quello che siamo qui. Una minuscola minoranza. Per dare corpo a vecchie cose, vecchie credenze. Diavolo, angeli, paradiso, inferno. Se non fingessimo di crederci, il mondo andrebbe a rotoli”.

Il finale rimane aperto: il rumore bianco verrà spezzato?

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