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Per mangiare di gusto bisogna…

Per mangiare di gusto bisogna avere fame: è assodato. Ma quando si è già provato tutto, cosa può ancora solleticare l’appetito?

All’inizio degli anni Ottanta, lo scrittore Kazuo Ishiguro scrisse una sceneggiatura per la BBC: The Gourmet, una satira sulla fame in varie declinazioni (fisica, spirituale, dei sensi).

The Gourmet è ambientata a Londra, in una chiesa che offre ai barboni un riparo per la notte e un piatto di minestra calda.

Una sera, un uomo dall’aria aristocratica scende dalla sua Rolls Royce e si unisce agli accattoni radunati sul sagrato. Si chiama Manley, e non vede l’ora di entrare in chiesa perché la fame lo sta consumando.

La sua, però, è una fame diversa. Annoiato e sprezzante al limite della decadenza, Manley è un raffinato gourmet che ha viaggiato in tutto il mondo assaggiando cibi di ogni tipo. I gastronomi più illustri lo definiscono “un pioniere del gusto” e scrivono su di lui articoli accademici.

Purtroppo, Manley si annoia a morte. Avendo assaggiato di tutto e di più, compresa la carne umana, non ha stimoli. Ora che è entrato in chiesa si aspetta di provare qualcosa di “non terrestre”. Ebbene sì: è in chiesa per mangiare un fantasma.

Come vediamo, il suo appetito non è spirituale, bensì spettrale. Armato di un retino per farfalle, un fornelletto, un wok e altri attrezzi da cucina, è intenzionato a catturare e cucinare il fantasma che infesta la sacrestia.

Quando Ishiguro scrisse The Gourmet, Margaret Thatcher era al governo e le sue politiche sociali non sembravano rivolte ad alleviare il problema della povertà in Inghilterra. L’autore partì dalla propria esperienza di lavoro con i senzatetto londinesi, per parlare del lato oscuro del capitalismo, oltre che dei limiti della cosiddetta carità cristiana.

Ma la critica principale dell’opera è rivolta verso l’edonismo consumista che considera il cibo come una sorta di droga. Manley è il prototipo del “millennial foodie”, sempre alla ricerca dell’ultimo grido in fatto di cibo. L’opera fotografa un’epoca (la nostra) in cui l’industria alimentare ci ha trasformati in animali ammaestrati sempre alla frenetica ricerca di nuovi piatti da fotografare e mettere su Instagram.

Secondo Manley, ogni piatto deve essere una festa per le papille gustative e, per mangiare di gusto, bisogna che ogni ricetta sia portata al “livello successivo”. Mangiare un fantasma rappresenta la soddisfazione di entrambi i desideri. Dopo nove anni di caccia infruttuosa, Manley è convinto di esserci: dopo una lunga attesa in sacrestia, un barbone dall’aria amichevole appare sulla porta. Si gira e la sua faccia si trasforma in quella di un morto, con lo sguardo fisso, paralizzato dalla paura e con le labbra insanguinate.

Ovviamente, il barbone è il fantasma. Il fantasma di un povero che ottant’anni prima era stato ucciso in quella chiesa e a cui erano stati rubati gli organi. Una specie di cannibalismo medico, insomma.

Manley uccide il barbone, lo cucina nel wok, impaziente di gustarne la carne. Ma di cosa sa un fantasma? Di sicuro ha un gusto forte e deciso.

La mattina successiva, Manley esce in strada e vomita in un bidone. La festa a cui hanno partecipato le sue papille gustative si è trasformata in un incubo.

L’approccio feticista di Manley verso il cibo è diventato patologico. La sua fame inestinguibile lo porterà a programmare un viaggio in Islanda per assaggiare carne di squalo putrida o qualunque altra cosa gli prometta di portare la sua vita al “livello successivo”.

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